Birobidzhan, un giorno nella Sion dell’Unione Sovietica

Birobidzhan, un giorno nella Sion dell’Unione Sovietica

Arrivo in questa cittadella di provincia in un’assolata domenica in cui non gira un’anima viva.

Birobidzhan è la capitale della Regione Autonoma Ebraica, istituita dal nulla nel 1934 per volere di Stalin. Nell’Urss l’ebraicità fu ridotta a una mera voce nel passaporto interno sovietico, il punto numero 5 introdotto nel 1932, in cui i cittadini erano tenuti a dichiarare l’etnia di appartenenza.

img_3521pSebbene l’idea di una Sion russa in un paese famoso per i pogrom, possa suonare stramba, l’avvento dell’Unione Sovietica fu in realtà una benedizione per la comunità ebraica russa. Negli anni Venti infatti in linea con i principi comunisti di uguaglianza e con l’idea di impero multietnico che l’Urss aveva di sé, l’antisemitismo divenne un crimine di stato.

La Zona di Residenza, l’unico luogo ai margini occidentali dell’Impero russo in cui agli ebrei era permesso vivere, fu smantellata e vennero emanate politiche antidiscriminatorie.

La fondazione di una capitale ebraica dell’Urss rappresentava una soluzione accettabile sulla base del principio di autodeterminazione in vigore nella Russia bolscevica. Il progetto non era “un’opera di bene” nei confronti di un’etnia poco amata, ma rientrava nel più ampio disegno di popolamento della Siberia, quell’esperimento sovietico che prevedeva il trasferimento di migliaia di persone nell’Estremo Oriente russo e la creazione di una rete di città al fine di sviluppare queste inospitali lande, così lontane dalla capitale. Effettivamente a nessuno sarebbe saltato in testa di vivere in questa piana acquitrinosa, popolata da fastidiosissimi moscerini, che in inverno raggiunge i -30°C, se non fosse stato allettato dalle altisonanti promesse sovietiche.

Molti dei trasferimenti in Siberia in quegli anni furono per lo più forzati, ma nel caso degli ebrei non ci fu bisogno di insistere: vi si trasferirono di propria spontanea volontà. Presentata come la Regione Autonoma Ebraica, la nuova terra promessa attirò subito molti ebrei ucraini e bielorussi che, mossi dall’entusiasmo di iniziare una nuova vita, giunsero fin quaggiù, ai confini dell’Impero.

Accorsero numerosi, circa 30.000, in questa piccola Sion siberiana sorta sui fiumi Bira e Bidzhan, (gli affluenti dell’Amur dai quali la cittadina prende il nome) e fondarono scuole ed istituzioni ebraiche. Portarono con sé la propria lingua, lo yiddish, la propria religione e cultura, che con piccole rivisitazioni sovietiche veniva tollerata, e i caratteri ebraici, che ancor oggi campeggiano sulle vetrine di qualche negozio.

La pacchia però non durò a lungo perché nella Russia sovietica delle volubili politiche staliniane l’antisemitismo non fu mai realmente sradicato. Alla fine degli anni Trenta proprio Stalin in accordo con Zhdanov, uno dei principali collaboratori nell’impostazione della politica culturale sovietica, avviò la campagna contro il “cosmopolitismo senza radici”, una propaganda volta a stanare gli ipotetici nemici interni. Tutti coloro in aria di filo-occidentalismo vennero attaccati e gli ebrei, accusati di servilismo verso l’Occidente ed estranei alla cultura russa, furono i primi a pagare le conseguenze di questa offensiva di matrice ideologico-culturale.

Così per sfuggire alle altalenanti antipatie verso la comunità molti se ne andarono, per lo più in Palestina, e ben presto la città si spopolò di ebrei. Oggi su una popolazione di circa 176.000 abitanti nella regione solo 1628 sono di etnia ebraica e della Birobidzhan di una volta rimane solo uno sbiadito ricordo che affiora in pochi sporadici indizi: la menorah di fronte alla stazione ferroviaria, i nomi delle strade scritte in ebraico, una sinagoga piuttosto moderna e alcuni negozi kosher. Passeggiando in questa sconosciuta città del Far East, di ebraico non si vede molto di più.

Risalgo sul treno. Mi aspettano un paio di giorni di viaggio per raggiungere Vladivostok, l’avamposto russo sul Pacifico.

Nel vagone sono l’unica straniera e, viaggiando sola in terza classe senza parlare una parola della lingua del posto, devo sembrare parecchio bizzarra agli occhi degli altri passeggeri, che ogni tanto sorprendo a fissarmi con malcelata curiosità. Magari suscito anche la compassione di alcuni di loro. Infatti, a un certo punto, mentre siedo in corridoio al lato del bollitore a contemplare il paesaggio che scorre dal finestrino, un ragazzo mi si avvicina. Tiene in mano lo stachan, il bicchiere che reca lo stemma della compagnia ferroviaria nazionale, e una bustina di tè. Parlando fluentemente russo, mi fa sapere che qualche vagone più in là ci sono due viaggiatori stranieri. Me lo dice, così, giusto in caso mi annoi e voglia parlare con qualcuno che possa capire la mia lingua. Lo guardo interrogativa: non ho capito una sola parola di quello che ha detto (me lo spiegherà solo in seguito una ragazza che mastica un po’ di inglese), ma alla fine, non sapendo cosa fare né cosa dire, sorrido come un’ebete. Il ragazzo mi fissa in attesa di una reazione sensata, dopodiché versa l’acqua bollente nel suo bicchiere e se ne ritorna al suo posto.

© 2017, Cristina Cori. All rights reserved. Copyright © CristinaCori.com

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