Donne russe, tra femminismo bolscevico e romanticismo

Accanto all’homo sovieticus il comunismo creò la mulier sovietica.

Negli anni Venti i bolscevichi diedero inizio a una massiccia campagna di trasformazione del ruolo della donna all’interno della società russa. Lo stesso Lenin trattò spesso le questioni di genere, lamentando nei suoi discorsi, la mentalità tradizionalista che guardava alla donna come niente di più che una “schiava domestica”. La colpa, secondo il padre della rivoluzione, era da ricondursi principalmente ai due principali nemici del socialismo: religione e capitalismo. “Il capitalismo è la principale fonte di schiavismo per le donne […] I matrimoni religiosi sono ancora predominanti nelle campagne. Questo è dovuto all’influenza dei preti, un male che è più duro da combattere della vecchia legislazione” scriveva nei suoi pamphlet.

Lenin lavorò per una totale e, per gli standard dell’epoca impensabile, parità dei sessi. “Una delle cose più difficili in ogni paese è sempre stato spingere le donne verso l’azione. Non può esserci alcuna rivoluzione socialista senza che le donne lavoratrici ne facciano parte. Solo il socialismo può salvarle da questo status di ‘schiave domestiche’”. Non più massaia dunque, la donna diventava proletarka attiva in politica. A questo fine la società viene ripensata per eliminare il carico lavorativo delle faccende domestiche.

Non si mangia più in casa che, oltre ad essere una caratteristica individualistica, “è uno spreco di tempo ed energie” tuonava con sdegno Aleksandra Kollontaj, esponente del femminismo bolscevico e stretta collaboratrice di Lenin. “Stiamo organizzando cucine comuni e mense, lavanderie, calzolerie, asili, case per bambini e istituzioni di vario tipo. In breve, siamo seriamente intenzionati a portare avanti i requisiti del nostro programma per spostare le mansioni domestiche ed educative dal contesto familiare a quello sociale. La donna è affrancata dalla sua vecchia schiavitù domestica e dalla dipendenza dal marito. Essa sarà in grado di mettere le sue capacità e inclinazioni al servizio della società”. Il sistema, più efficiente a livello sociale nonché in linea con i principi socialisti, funzionò.

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Per i bolscevichi le donne rappresentarono un’opportunità da non lasciarsi sfuggire: renderle emancipate significava non solo riscattare una grande parte oppressa della popolazione, ma anche utilizzare quell’enorme potenziale di forza lavoro di cui il paese aveva tanto bisogno per il progresso tecnologico ed economico.

Il lavoro in fabbrica rappresentò per le donne russe una via d’uscita, la liberazione da quella cultura tradizionalista che le voleva tagliate fuori dalla vita lavorativa e sociale, relegate al fornello e alla cura dei pargoli.

I bolscevichi istituirono un vero e proprio dipartimento delle donne, lo Zhenotdel. La corrente femminile all’interno del partito si inscrive in un più ampio e complesso concetto di femminismo. Se in Occidente le donne combattevano per il diritto di voto, la libertà sessuale e il divorzio, in Russia, figure come Clara Zetkin avevano dichiarato guerra al capitalismo, considerato la radice di tutti male e quindi anche della cultura patriarcale.

La Zetkin, nata in Germania, ma morta in esilio in Unione Sovietica non lontano da Mosca, fu una delle più agguerrite condottiere comuniste per l’autodeterminazione delle donne. Per le femministe bolsceviche la questione femminile era legata a doppio filo con la lotta di classe. La rivendicazione del diritto di voto slegato alle questioni del proletariato era considerato dalla Zetkin una limitante aspirazione piccolo-borghese e lamentava l’eccessiva attenzione che le nuove generazioni davano alle questioni sessuali. Era in tutto e per tutto d’accordo con Lenin quando diceva: “Questa cosiddetta ‘nuova vita sessuale’ mi pare un’estensione puramente borghese del buon vecchio bordello”.

Che piaccia o meno, fu grazie ai bolscevichi che la Russia divenne uno dei primi paesi a garantire un’effettiva parità dei sessi nella società e nel lavoro. “Abbiamo la più evoluta legislazione di lavoro femminile al mondo” era solito sostenere Lenin; ed aveva ragione. Questo succedeva negli anni Venti in Russia, mentre nel non lontano 1973, in Italia Elena Gianini Belotti denunciava nel suo libro “Dalla parte delle bambine” i retaggi di una società patriarcale inconsapevolmente adottata negli asili italiani.

D’altra parte anche in Cina la figura della donna beneficiò della spinta egalitaria dei principi socialisti. L’avvento del comunismo infatti riuscì a sradicare quei costumi che per i comunisti cinesi erano l’eredità di una società spregiativamente considerata medievale.

Lo stesso fu per i paesi del blocco socialista nell’Europa dell’est. Un amico italiano una volta mi confidò che durante il suo primo viaggio nella Romania di Ceausescu rimase sorpreso nel vedere che le donne lavoravano come conducenti di tram e filobus. In Italia all’epoca quello era un mestiere prettamente maschile.

img_4378pNon c’è bisogno di attendere l’avvento del comunismo per notare figure femminili di rilievo in Russia. In piena epoca zarista le mogli dei decabristi, gli ufficiali rivoltosi dell’esercito di Nicola I, scrissero una bellissima pagina di storia. Nel dicembre 1825 questi uomini, affascinati dagli ideali di uguaglianza della Rivoluzione Francese, tentarono una rivolta contro lo zar per abolire la servitù della gleba e istituire una monarchia costituzionale. Il tentativo non andò a buon fine: le truppe leali allo zar soffocarono la ribellione e Nicola I ordinò di far giustiziare cinque dei responsabili e di esiliare nella remota Siberia i restanti 120 che, una volta processati, furono spediti ai lavori forzati.

Le mogli dei decabristi (parola che viene dal russo dekabr “dicembre”, mese in cui gli ufficiali si ribellarono) si distinsero per il coraggio e la tenacia. Lo zar intimò di abbandonare i mariti alla loro sorte, pena la perdita di tutti i beni e privilegi di cui godevano e l’interdizione di tornare nella Russia Europea. Queste donne però, sfidando le minacce di Nicola I, partirono in diligenza (la ferrovia Transiberiana non era ancora stata costruita) alla volta della Siberia per raggiungere i propri uomini.

Il loro arrivo nelle lontane lande siberiane portò una ventata di civiltà, una mentalità più aperta e costumi europei in quella che era poco più che la terra di nessuno dimenticata dal mondo e abitata da rudi pionieri. Grazie alla loro presenza, le mogli dei decabristi convinsero le guardie a mitigare le condizioni di vita dei prigionieri e fornirono cibo ai propri mariti cui era destinata solo una misera razione giornaliera. Aprirono attività artigianali e commerciali nei villaggi e alfabetizzarono la gente del posto. A loro va il merito di aver contribuito a rendere quei miseri villaggi fangosi dei posti abitabili.

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Chita e Irkutsk, nella Siberia orientale, sono considerate le città dei decabristi. È qui infatti che furono deportati ed è qui che decisero di rimanere a vivere anche dopo che Alessandro II concesse loro il condono della pena. È proprio l’affascinante storia di questi sfortunati eroi e delle loro fedeli consorti che mi spinge fin qui, a Chita.

Stavolta me la cavo con poco: solo 10 ore di treno. L’albergo che trovo è a pochi passi dalla stazione ferroviaria. La receptionist è un donnone con i capelli biondissimi e cotonati che mi parla in russo dall’inizio alla fine, sicura che io capisca ogni sua parola. Mi mostra la stanza, enorme, dopodiché mi porge le chiavi e se ne ritorna all’accoglienza a leggere la rivista da cui l’ho distolta. Sebbene sia piena estate, io sono l’unica cliente dell’hotel, che è arredato stile anni Settanta con il pavimento in linoleum ricoperto da pesanti tappeti armeni e una ruvida carta da parati, ingiallita dal passare degli anni. I bagni sono rattoppati con maioliche di colore diverso e il sapone profuma di pesca. Mi piace questo hotel, ha un’aria retro da albergo sovietico decadente.

Chita è una città tranquilla, ingentilita da vecchi palazzi colorati lungo Ulitsa Lenina coperti da argentee guglie. In piazza, sotto lo sguardo attento della statua rosa di Lenin posizionata di fronte alla fontana, i teenager giocano a schizzarsi d’acqua per alleviare il caldo estivo, mentre le dorate cupole a cipolla della cattedrale riflettono il sole siberiano.

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In questa città si trova il museo più esaustivo dedicato ai decabristi. Decido di andare a vederlo. Attraverso la desolata Via dei Decabristi, con le sue case costruite con tonde travi di legno e decorate con vivaci finestre smerlettate, ma finisco per perdermi in un dedalo di condomini brezvniani, quei tristi blocchi di cemento scrostato dove le famiglie ancora vivono. Sto quasi per rinunciare quando, nascosta dietro frondosi alberi, scorgo una graziosa chiesetta in legno dal tetto verderame. È la chiesa di San Michele che ospita il museo che stavo cercando.

Entro nella buia biglietteria e la custode, una grossa signora sulla sessantina dai capelli canuti, alza lo sguardo dal libro che sta leggendo, mi saluta, “Zdrasvuitye” e accende le luci. Mi sento come se stesse aprendo il museo per me e, in un certo senso, è così. Sono l’unica visitatrice e l’ampia sala della chiesa viene tenuta nella penombra e illuminata solo in occasione di qualche, suppongo raro, ospite. La signora è molto ben disposta e attacca a parlare russo. Le spiego che sono italianka (italiana) e non capisco quello che dice, ma lei non si scoraggia. “Ah, italianka”, commenta e mi sorride mostrando lucidi denti d’oro. Mi fa strada nel museo spiegandomi i decabristi in russo. E siccome sono italianka, la signora deduce che io parli francese e prende a mostrarmi tutto ciò che di scritto in francese c’è, continuando a raccontarmi delle dure condizioni di vita degli esiliati.

La Seconda Guerra Mondiale fu per le donne russe, come per quelle dell’Europa occidentale, un ulteriore balzo in avanti: con gli uomini impegnati al fronte, le donne hanno dovuto diventare ancora più indipendenti. “Più che indipendenti, le russe sono aggressive e piene di sé – mi dice Eric, un ragazzo brasiliano che abita da due anni in Russia, mentre ci prendiamo uno snack in uno degli Ziferblat, quelle sale da tè in cui può leggere, giocare, socializzare pagando non la consumazione, ma il tempo trascorso – Tendono ad ostentare una sicurezza di se stesse e un look così appariscente che a volte spiazza gli uomini”.

Molte ragazze da queste parti infatti non escono di casa se non perfettamente abbigliate e truccate. “Indossano tacchi alti anche solo per andare a fare la spesa” mi fa notare Eric il quale sostiene che tale tendenza sia dettata da una sindrome da “acchiappa-uomini”: l’impazienza di trovare marito. Nel mio viaggio scoprirò che quella di Eric non è un’opinione isolata, ma l’idea che gran parte degli uomini occidentali si è fatto riguardo le donne russe.

Dopo tanto femminismo, anche in Russia c’è dunque un ritorno al romanticismo da “principe azzurro”. “Non vogliamo essere forti. Ciò che desideriamo è avere un uomo che si prenda cura di noi e che ci faccia sentire protette – mi risponde Aleksandra, una ragazza moscovita con la quale faccio conoscenza, quando le dico che secondo me la storia del loro paese ha contribuito a renderle forti – apprezziamo molto le accortezze dei gentleman”. In effetti in Russia gli uomini sono spesso galanti con le donne, mostrando una sensibilità d’altri tempi ormai persa in Occidente. Cedere il posto sull’autobus, aiutare le passanti con i bagagli alle stazioni, dare la precedenza, aprire la portiera dell’automobile in segno di cortesia sono tutte galanterie ancora in uso da queste parti.

Secondo alcune giovani donne con cui ho parlato però, tanto romanticismo spesso si scontra con la realtà: sembrerebbe che gli uomini russi tendano ad essere assenti in famiglia. Questo fa sì che le nuove generazioni crescano spesso senza la figura maschile. “Chi dà allora l’esempio? Chi insegna ai bambini come si diventa uomini?” lamenta la mia amica Maria.

Nella Russia tradizionale del XIII secolo i rapporti tra i prìncipi venivano conclusi oralmente, senza il bisogno di redigere alcun contratto. Bastava la parola data per definire quello che alcuni hanno chiamato “il potere della steppa”. In Europa invece, il ricco corpus di codici e leggi scritte ereditato dagli antichi romani definì la cultura dei contratti scritti da siglare con firme. “Verba volant, scripta manet” disse Caio Tito per sottolineare che solo i documenti redatti potevano essere garanzia di fiducia reciproca. Sebbene dall’avvento dei Soviet le cose in Russia siano cambiate, per gli uomini il potere della parola data è rimasto fortemente radicato nella mentalità. Ora però sembra che questa cultura vada lentamente perdendosi.

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© 2017, Cristina Cori. All rights reserved. Copyright © CristinaCori.com

2 pensieri su “Donne russe, tra femminismo bolscevico e romanticismo

  1. Spero che tu possa farlo presto! 🙂
    è un viaggio memorabile in un paese pieno di spunti. Ho pubblicato da poco un articolo di informazioni e consigli per chi come te sogna la Transiberiana…spero possa esserti utile! 🙂

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